TOPPE, PUNK ROCK O GLITTER, UN GRANDE RITORNO

Su jeans, scarpe e borse, piacciono anche ai bambini

Hanno perso il senso originario – rattoppare, riparare, cucire – per diventare personalizzazione di abiti e accessori e sono tornate di grande tendenza le ‘toppe’ o patches. Oltre al do it yourself, ossia alla libera creatività del cucire su un tessuto un altro tessuto le patch in questi ultimi anni sono state proposte da molti stilisti nelle loro creazioni (Marc Jacobs, Gucci, Miu Miu, Stella McCartney, Patrizia Pepe tra i tanti).

Sulle ultime passarelle abbiamo visto capi decorati con applicazioni a forma di api, tigri, fiori e pappagalli. Oggi è possibile acquistare una varietà di abiti e accessori già decorati con toppe. La moda è anche per i più piccoli, esistono toppe di ogni forma e tessuto e anche decorate con glitter cambia colore (le B-Queen Glitter Pacht di De Agostini Publishing) con cui personalizzare abiti, zaini, astucci, quaderni, diari e ogni superficie. Blue mermaid, gold e pink-fluo sono tra i colori fashion, con tante forme. L’applicazione è diventata facile, oltre al classico ago e filo sui tessuti, c’è un biadesivo da fissare con l’alta temperatura (ad esempio, con il ferro da stiro). Cuore, fiocco, stella, due faccine, banana, ciliegia, bacio, teschio, ananas e un lettering con il classico “Love” tra i simboli.

Ma come sono nate le toppe?

Per tanto tempo sono state utilizzate solo per coprire i buchi negli abiti logori ed etichettare le persone in uniforme, per riconoscere chi contava in campo militare: prima, durante la guerra anglo-americana del 1812 e successivamente durante la Guerra Civile del 1861-65, queste patches davano alle uniformi un’identità specifica. Tra il 1960 e il 1970 divennero un segno distintivo degli abiti folk degli hippies con sopra dei simboli che caratterizzarono un’epoca: la pace, il pugno, la a anarchica, la scritta love ad esempio.  Una sorta di marchio di appartenenza che poi negli anni, con altri decori – come spille e borchie – e altri simboli si trasmise alla controcultura dei pieni anni ’70. Al timone del punk britannico si piazzò Vivienne Westwood: invece di patch ricamate con segni di pace e fiori, i punk di strada indossavano toppe di stoffa delle loro band preferite.

Negli anni ’80 e ’90 le toppe erano usate per riparare i jeans strappati: alcune erano molto semplici, altre originali e coloratissime, decorate con strass e paillettes. Quando si è diffusa la moda dei “jeans destroyed” sono praticamente scomparse. Recuperate poi nel decennio successivo da designer d’avanguardia come Martin Margiela, Ann Demeulmeester, Helmut Lang, Rei Kawakubo e Raf Simons. Quest’ultimo è particolarmente amante del punk patch: nel suo lavoro, la toppa è tornata espressione di anticonformismo.

Al di là della moda, le toppe sono un classico dell’abbigliamento bikers – dei motociclisti ad esempio – e le decorazioni (in America ci sono interi negozi che vendono solo toppe e sponsorizzano anche manifestazioni, come Patchstop) vanno dal recupero di loghi antichi, alle bandiere, ai simboli dei veterani accanto ai cosiddetti fun

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here